Amico di ZoOOoM
venerdì 3 settembre 2010
  Home
Oggi/Poesia Le Lettere Della Farfalla Luisa
Video
I Libri del Mese
Bacheca CreditsIscriviti alla Newsletter
PRIMA PAGINA
   
  ARCHIVIO

L'ARTICOLO - Slavoj Zizek: Il credo della passione decaffeinata

L'ARTICOLO - Bruno Accarino: Gli agrimensori del potere

L'ARTICOLO - Robert Fisk: Il fantasma della democrazia

L'ARTICOLO - Elisabetta Rasy: E Zeus punì gli uomini

L'ARTICOLO - Elena Loewenthal: Se Allah mangia l’hamburger

L'ARTICOLO - Sebastiano Vassalli: Ma questi sono libri o brufoli e pepite?

L'ARTICOLO - Katrijn Serneels: Casalinga, oh che felicità!

L'ARTICOLO - Fiorella Iannucci: Le piccole formiche di Janet Frame

L'ARTICOLO - Emmanuel Le Roy Ladurie: Morin, il marrano convertito al futuro

L'ARTICOLO - Eduardo Galeano: Cattive abitudini

L'ARTICOLO - Slavoj Zizek: Né Pepsi né Coca, la scelta di Lenin

L'ARTICOLO - Vittorio Emiliani: Marcia sui monumenti

L'ARTICOLO - Marino Niola: La metafora dell'uomo

L'ARTICOLO - Dino Cofrancesco: Norberto Bobbio, il gusto del ragionare

L'ARTICOLO - Giorgio Agamben: Se lo Stato sequestra il tuo corpo

L'ARTICOLO - Luciano Coen: Come sopravvivere al ventilatore fonetico

L'ARTICOLO - Roberto Silvestri: Buon anno, cin cin cinema

L'ARTICOLO - Clara Gallini: La New Age di medium e imbonitori

L'ARTICOLO - Gianni Vattimo: Ma la responsabilità è soprattutto dei politici

L'ARTICOLO - Donna Tartt: Diventare scrittrice

L'ARTICOLO - Lello Voce: Diritto alla poesia

L'ARTICOLO - Romeo Bassoli: Tutti pazzi per il capitano

L'ARTICOLO - Geraldina Colotti: L'Africa perde Ahmadou Kourouma

L'ARTICOLO - Giovanni De Luna: La guerra è finita, questo è il problema

L'ARTICOLO - Renato Minore : L’orgoglio e il piacere di essere piccoli

L'ARTICOLO - Lietta Tornabuoni: Autoritratto del critico al tempo del cinema

L'ARTICOLO - Beppe Sebaste: Avanguardia e cliché, quarant'anni dopo

L'ARTICOLO - Francesca Lazzarato: Il grande popolo dei piccoli leggenti

L'ARTICOLO - Giancarlo De Cataldo: "Georges Simenon, quel Male"

L'ARTICOLO - Ennio Remondino: "Io, inviato di guerra, contro la tv"

L'ARTICOLO - Gabriele Zamparini: Giro un film sui pacifisti USA

L'ARTICOLO - Emanuele Trevi: Quattro passi nel mondo del romanzo

L'ARTICOLO - Tullio Regge: La matematica di Piero

L'ARTICOLO - Alessandro Zaccuri: Non possiamo non dirci ottocenteschi

L'ARTICOLO - Goffredo Fofi: Ma il vecchio satiro oggi sono i media

L'ARTICOLO - Daniele Giglioli: Romanzieri in presa diretta sul reale

IN MEMORIA - Manuel Vazquez Montalbán

L'ARTICOLO - Aldo Nove legge "Vernon God Little"

LA NOTIZIA - A Roma la festa della poesia

LA NOTIZIA - J.M. Coetzee premio Nobel 2003 per la letteratura

IN MEMORIA - Oreste Del Buono

L'ARTICOLO - Edoardo Sanguineti: "Intellettuali, è il tempo di parlare!"

INCIPIT - Virginie Despentes: Teen spirit

INCIPIT - Chuck Kinder: Silver Ghost

INCIPIT - Richard Brautigan: La casa dei libri

INCIPIT - Denise Danks: Phreak

INCIPIT - Mario Maffi: New York, l'isola delle colline

INCIPIT - Iceberg Slim: Trick Baby, La storia di un negro bianco

INCIPIT - Antonio Pascale: La manutenzione degli affetti

INCIPIT - Ethan Hawke: Mercoledì delle Ceneri

INCIPIT - J. T. LeRoy: La fine di Harold

L'ARTICOLO - Gianfranco Capitta: L'eccezione culturale

L'ARTICOLO - Vittorio Gregotti: L'usa e getta della Biennale

L'ARTICOLO - Antonio Tabucchi: Signor presidente

L'ARTICOLO - Livia Manera: Critici fai-da-te

IN MEMORIA - Giuseppe Pontiggia

L'ARTICOLO - Federico Vacalebre: Chi era Sergio Bruni

L'ARTICOLO - Remo Ceserani: Scrittori che scrivono male

L'ARTICOLO - Tommaso Pincio / Angelo Guglielmi: Gli scrittori d'oggi e gli anni 60

L'ARTICOLO - Fiorella Minervino: La Biennale fra sogni e conflitti

L'ARTICOLO - Francesca Borrelli: Susan Sontag, la fotografia, la morte

L'ARTICOLO - Corrado Stajano: Ultimo giorno al Corriere

L'ARTICOLO - Art Spiegelman: Sono un fatto, non un'opinione

L'ARTICOLO - Marco D'Eramo: Attualissimo Orwell

L'ARTICOLO - Claudio Magris: Tecnologia e privacy

L'ARTICOLO - Guido Caldiron: Marc Augé, etnologo tra i no-global

L'ARTICOLO - Mario Porro: Prigogine, la natura del tempo

L'ARTICOLO - Furio Colombo: Berio, il Grande Concerto

L'ARTICOLO - Franco Ferrarotti: Parole, silenzi

Librincrisi? - Ilaria Bussoni, DeriveApprodi

Librincrisi? - Alberto Rollo, Feltrinelli

Librincrisi? - Roberto Marro, Edizioni Testo & Immagine

Librincrisi? - Maria Palazzesi, Libreria "Zora Neale Hurston"

Librincrisi? - Luca Sossella, LSe

Librincrisi? - Marcello Baraghini, Stampa Alternativa

Librincrisi? - Marco Vicentini, Meridiano Zero

Librincrisi? - Vittorio Di Giuro, Edizioni Sylvestre Bonnard

Gruppo 63 - 4 / Umberto Eco 2003

Gruppo 63 - 3 / L'antologia 2002

Gruppo 63 - 2 / Alfredo Giuliani 2003

Gruppo 63 - 1 / Alfredo Giuliani 1985

I SENSI DELLA BATTAGLIA/Paolo Fabbri 5

I SENSI DELLA BATTAGLIA/Paolo Fabbri 4

I SENSI DELLA BATTAGLIA/Paolo Fabbri 3

I SENSI DELLA BATTAGLIA/Paolo Fabbri 2

I SENSI DELLA BATTAGLIA/Paolo Fabbri 1

I SENSI DELLA BATTAGLIA/Studio Azzurro 2

I SENSI DELLA BATTAGLIA/ Studio Azzurro 1

I SENSI DELLA BATTAGLIA / Dino Buzzati 2

I SENSI DELLA BATTAGLIA / Dino Buzzati 1

I SENSI DELLA BATTAGLIA / Karl von Clausewitz 2

I SENSI DELLA BATTAGLIA / Karl von Clausewitz 1

I SENSI DELLA BATTAGLIA / Gilles Deleuze

I SENSI DELLA BATTAGLIA / Leonardo da Vinci

GIORNALE DI GUERRA di Nico Orengo

GIORNALE DI GUERRA Alberto Abruzzese

GIORNALE DI GUERRA Enzo Golino

GIORNALE DI GUERRA Franca Rovigatti

GIORNALE DI GUERRA Sergio Spina

GIORNALE DI GUERRA Luca Sossella

GIORNALE DI GUERRA Alessandra Orsi

GIORNALE DI GUERRA Tommaso Ottonieri

GIORNALE DI GUERRA Marina Misiti

GIORNALEDI GUERRA Carola Susani

GIORNALE DI GUERRA Antonio Casilli

GIORNALE DI GUERRA Enrico Palandri

GIORNALE DI GUERRA Aldo Nove

GIORNALE DI GUERRA Paolo Repetti

GIORNALE DI GUERRA Beppe Sebaste

GIORNALE DI GUERRA Rossana Campo

GIORNALE DI GUERRA Laura Pugno

PRIMA PAGINA Christian Raimo

GIORNALE DI GUERRA Marco Mancassola

GIORNALE DI GUERRA Mario Gamba

GIORNALE DI GUERRA Nicola Lagioia

GIORNALE DI GUERRA Franco Berardi Bifo

GIORNALE DI GUERRA Paolo Fabbri

GIORNALE DI GUERRA Mauro Covacich

GIORNALE DI GUERRA Carlo Formenti

GIORNALE DI GUERRA Letizia Paolozzi

GIORNALE DI GUERRA Silvia Ballestra

GIORNALE DI GUERRA Giuseppe Caliceti

GIORNALE DI GUERRA Lello Voce

GIORNALE DI GUERRA Lanfranco Caminiti

GIORNALE DI GUERRA Gianfranco Baruchello


 


L'ARTICOLO - Tommaso Pincio / Angelo Guglielmi: Gli scrittori d'oggi e gli anni 60


Tommaso Pincio
("Alias / il manifesto", 14 giugno 2003)       C'è forse qualcosa di più volatile e mutevole del significato delle parole? Si prenda il termine "classico". Per Calvino un classico è un libro che continua a parlare al di là delle contingenze; per l'Oxford Encyclopedic Dictionary - olimpica fonte di ogni definizione - è un'opera di riconosciuta eccellenza. Entrambi sembrano dare ragione a quel senso comune dell'editoria per cui le collane di classici si somigliano tutte; quel senso comune per cui un classico fuori catalogo è quasi una contraddizione in termini. Niente di meno volatile e mutevole, sembrerebbe di poter dire. Ma la neonata «minimum classics», collana della minimum fax, introduce un'accezione inedita se non malintesa del termine. Malgrado l'editore dichiari di avere operato le proprie scelte «sulla scorta della definizione di classico che diede Calvino», i primi quattro titoli sono libri che erano in silenzio da tempo - Ritorna, Dottor Caligari di Donald Barthelme (pp. 203, € 8,50) e L'opera galleggiante di John Barth (pp. 332, € 9,50) o che, quantomeno in Italia, non avevano mai parlato (Magic Kingdom di Stanley Elkin e Revolutionary Road di Richard Yates, annunciati per il prossimo autunno). Nulla da eccepire sulla loro indubbia qualità, ma suona alquanto strano che gli autori di questa quaterna siano tutti americani nati nel 1930 (Barth ed Elkin) o giù di lì (Yates è del 1926 e Barthelme del 1933), e riconducibili, chi più chi meno, a quel clima letterario de nominato postmoderno i cui tratti distintivi sono essenzialmente due: assimilazìone dei materiali pop e metanarrazione, cui vanno aggiunte, è ovvio, dosi molto abbondanti di ironia. Possibile mai che quattro classici su quattro corrispondano alle medesime caratteristiche? Cosa dovremmo pensare, che mini mum sia sinonimo di postmoderno? Una risposta parziale la fornisce lo stesso editore quando spiega che queste prime uscite sono dedicate ai «padri» ideali dei Burned Children of America per intenderci, i vari Wallace, Eggers, Saunders, Lethem, Moody e tutti gli altri che, a vario titolo, possono fregiarsi del titolo di post-postmoderni e i cui tratti distintivi sono in tutto e per tutto analoghi a quelli dei loro maestri con la sola variante di un'ironia condita di sentimentalismo e nostalgia. Potrà anche sembrare una variante di poco conto, ma è l'anima di questa generazione, tanto nei suoi pregi che nei suoi lirniti. Ed è davvero significativo che la veste dei «minimium classics» faccia il verso a un feticismo da collezionisti: una grafica che ricorda volutamente la vecchia Penguin con finti segni del tempo e dell'usura sparsi qua e là; finte pieghe, finte ditate, finti rattoppi col nastro adesivo e finte schede da biblioteca per far spazio al codice ISBN. Una veste così sentimentale e nostalgica che forse «minimum vintage» sarebbe probabilmente risultato nome più appropriato per la collana. Anche in questo caso, nulla di disdicevole. L'editore non fa che rispecchiare un gusto diffuso, peraltro confermato dall'ultima. creazione di Eggers & Co.: «The Believer», rivista dall'aria studiatamente retrò dove è possibile leggere lunghe recensioni dì libri usciti magari sei o sette anni fa, un'operazione che punta a ridare lustro alla letteratura con una logica da album dei ricordi. Viene spontaneo domandarsi perché questi burned children persistano in un'estetica da kindergarten, come altri hanno voluto etichettarla, e viene altrettanto spontaneo rifiutare l'abusata e ormai insufficiente spiegazione dell'adolescenzialismo cronico da Generazione X. La strada per una risposta alternativa l'ha indicata Christian Raimo quando, in un articolo comparso qualche tempo fa proprio su queste pagine, notava che «i protagonisti dell'immaginario americano hanno preso a diventare fantasmi». Si tratta però di una strada parziale o meglio di superficie, perché questa tendenza non è una novità, bensì attinge a una caratteristica tipica della cultura anglosassone. Il genere romanzesco nasce, per molti aspetti, con la letteratura gotica e anche volendo mettere da parte i soliti Hawthorne e Poe, è difficile negare che gli Stati Uniti abbiano fatto propria questa origine. Non sono forse fantasmi icone classiche come la bianchezza di Moby Dick, BartIeby o il Giro di Vite di James? Non sembrano per caso fantasmi le figure che popolano il più classicamente americano dei pittori, Hopper? E non hanno un che di spettrale le Marilyn di Andy Warhol? Cosa dire poi, di classici hollywoodiani come Vertigo? Certo, negli ultimi anni i fantasmi si sono fatti, per così dire, più evidenti. Ma appunto per questo stiamo parlando di un fenomeno di superficie, di un'appropriazione esteriore dell'identità americana che nasconde un problema più profondo.Il vero tratto distintivo dei burned children è che i loro sono spesso fantasmi degli anni settanta. E’ così per Le Vergini Suicide di Eugenides e per gli Amabili Resti di Alice Sebold; così come è del 1970 il romanzo di Paula Fox che ha «rivelato» a Jonathan Franzen la strada per scrivere Le correzioni. Senza contare, infine, che gli anni settanta rappresentano anche la definitiva affermazione della letteratura postmoderna; si pensi al National Book Award assegnato nel 1973 a Thomas Pynchon per L'arcobaleno della gravità. Ma perché proprio gli anni settanta? Mettendo da parte l'ovvia considerazione che allora i burned children erano davvero children, o alle soglie dell'adolescenza, in quel decennio si aprì un processo i cui effetti sono chiari soltanto adesso. La crisi petrolifera del 1973 determinò infatti un progressivo spostamento dei capitali verso settori meno direttamente condizionati da fonti di energia e forza lavoro. In termini molto riduttivi, si passò dall'industria meccanica a quella mediatica e, da qui, all'informatica e all'economia virtuale. Tutto ciò può sembrare estraneo alla letteratura, ma analizzando il problema si deve constatare che la Rete ha generato un cambiamento radicale del concetto di libertà di parola e l'instaurazione dì nuove e più sofisticate tecniche di controllo. Se prima la metanarrazione poteva funzionare come forma di dissenso, ora la narrazione esprime un dissenso tutt'al più virtuale, un metadissenso. C'è poi la questione del denaro che ha assunto un valore tanto assoluto, tanto indipendente dall'economia reale, che si è giunti al punto dì ritenere superflue le elezioni politiche perché le scelte dei potenti sarebbero sottoposte al giudizio quotidiano e apparentemente democratico dei mercati. Il denaro, un tempo fantasma dì quanto prodotto dalle macchine, si è trasformato in un'entità autonoma. Il motto che compare sulle banconote americane, «In God we trust», si è colorato di nuovi significati. Il fatto che il dollaro è la più falsificata nonché la più facilmente falsificabile delle monete ha reso quasi spettrali questi nuovi significati. Cosi come qualcosa di spettrale lo ha il dato che per ogni dollaro effettivamente speso ce ne sono decine che esistono nella dickiana semi-vita delle riserve delle banche di mezzo mondo. Dire che il denaro governa più degli stati non è un concetto astratto: i Bush sono una famiglia di miliardari e il primo ministro italiano è l'uomo più ricco d'Europa. 1 tempi in cui Ross Perot era poco più che folklore contemporaneo sono improvvisamente diventati preistoria. «Ci serve una nuova teoria del tempo» si legge in Cosmopolis, a sottolineare che l'opposizione noglobal è in fondo un effimero tentativo di impedire che il presente venga sommerso dal futuro. Forse una delle ragioni per cui l’ultimo romanzo di DeLillo è stato stroncato con tanta veemenza lo si deve cercare nella difficoltà di accettare la nostra patetica impotenza, nel non voler vedere che la voce della cosiddetta middle class - che ci piaccia o no, autentica culla della letteratura - non ha più il valore di un tempo e vede rosicchiati i suoi spazi dalla ricchezza che conta, da un lato, e da fasce di indigenza in esponenziale crescita, dall'altro. Perché, dunque, non provare a considerare che nostalgia e sentimentalismo non sono semplici regressioni adolescenziali, ma l'istintiva chiusura a riccio, la strenua difesa di un ceto culturale minacciato di estinzione? Più che scrittori di storie di fantasmi, i burned children americani e, temo, i cugini d'Europa (sottoscritto incluso) sembrano quindi una sorta di ghostwriter, i portavoce di un'identità espropriata. La sensazione è questa, ed è sintomatico che un interessante romanzo uscito in queste settimane - Gentlemen of Space di Ira Sher, ambientato guarda caso negli anni settanta e con un ragazzino quale voce narrante - abbia per epìgrafe un discorso scritto da un ghostwriter per Richard Nixon, discorso che avrebbe dovuto essere letto alla nazione dal Presidente nell'eventualità che la missione Apollo 11 fosse fallita e gli astronauti fossero morti sulla Luna. Mi rendo conto di avere posto, su basi teoriche ardite, una questione enorme. Voglio dunque risolverla con una semplificazione imperdonabile, una barzelletta americana di questi tempi. Il generale Ashcroft è in visita in una scuola elementare e dopo la presentazione di rito alla classe, annuncia: «Bene ragazzi, adesso potete chiedermi ciò che volete». Un bambino dì nome Bobby alza mano e dice: «Io ho tre domande, signor generale: Come ha fatto Bush a vincere le elezioni se ha preso meno voti di Gore? Perché avete chiamato Patriot Act un provvedimento che limita le libertà civili degli americani? Perché non avete ancora preso Osama Bin Laden?». Proprio in quel momento suona la campana della ricreazione e i bambini corrono in cortile a gíocare. Un quarto d'ora dopo, i bambini rientrano in classe e il generale Ashcroft dice: «Purtroppo siamo stati interrotti dalla campana. Ora finalmente potete chiedermi quello che volete». Una bambina di nome Sally alza la mano e dice: «Io ho cinque domande, signor generale: Come ha fatto Bush a vincere le elezioni se ha preso meno voti di Gore? Perché avete chiamato Patriot Act un provvedimento che limita le libertà civili degli americani? Perché non avete ancora preso Osama Bin Laden? Perché la campana è suonata 20 minuti prima? Dov'è Bobby?». Ebbene, anziché inseguire fantasmi, anziché cullarci nella campana di vetro dei «nostri» classici, anziché illuderci, come la protagonista di Revolutionary Road, di appartenere a un mondo meraviglioso pieno di gente «bella e arguta e calma e gentile» o, come cantava Cobain, «di essere di un altro pianeta», forse faremmo meglio a tornare nello squallido futuro che ci aspetta per dare una mano a Sally, per capire che fine ha fatto Bobby.

Angelo Guglielmi
(TTL / "La Stampa", 14 giugno 2003) Il lancio pubblicitario della casa editrice recita che «Rossana Campo torna alla freschezza dei primi romanzi aggiungendo la malinconica leggerezza di una nuova inedita maturità». A parte l’ingenuità convenzionale di queste parole, che pur rispettano le regole del messaggio promozionale, non vi è dubbio che L’uomo che non ho sposato è un romanzo interessante e, come vedremo, segna un di più sulla nota bravura della Campo. Dunque non è vero che viviamo in un periodo di assoluta povertà creativa come io vado da tempo affermando e mi rimprovera Renato Barilli (e che il secolo che abbiamo alle spalle si è chiuso con gli Anni Sessanta)? Il diverbio tra me e Barilli in realtà riguarda la diversa interpretazione che diamo del Gruppo 63. Per Barilli il Gruppo 63 è stata una tendenza letteraria (una poetica avanzata in conflitto con le pratiche realistiche di scrittura e le prospettive dell’idealismo filosofico) che riuniva un gruppo di narratori, poeti e critici impegnati nel rinnovare il linguaggio liberandolo, attraverso un processo di destrutturazione, della banalità di senso in cui affondava. Le parole non parlavano più occorreva inventarne di nuove. Che il Gruppo 63 sia stato anche questo non vi è dubbio ma è altrettanto vero che, prima di essere stato un movimento letterario di avanguardia, è stato e ha rappresentato uno dei tanti segni di una svolta epocale (l’ultima che il secolo appena morto può vantare) che ha informato e rivoluzionato gli ultimi quarant'anni del Novecento. Quella svolta (di cui il Gruppo 63 era appena un simbolo e una semplice applicazione di settore) significava (e significa) l’inizio di un nuovo corso della storia che, con la bomba atomica e lo sviluppo dell’elettronica, dichiarava desuete le protezioni dell’interiorità in cui l’individuo (fino allora) si era rifugiato e propiziava una esplosione contestativa verso forme nuove di affermazione della persona e per nuove modalità di comportamento. Mi riferisco non soltanto al fenomeno della contestazione ma anche - e ne fu il necessario seguito - all’affermarsi del nuovo ordine del mondo che cominciò a profilarsi dagli anni sessanta e che si sviluppò con la sconfitta progressiva e poi definitiva del socialismo reale e la vittoria del liberismo capitalistico e della sua incontrastata (minacciosa) corsa. Voglio dire che io ho vissuto il Gruppo 63 prima ancora che come un nuovo laboratorio di scrittura come il luogo di una esperienza per così dire totale (e totalizzante) che ha determinato i miei comportamenti sociali coinvolgendo i rapporti umani, i modi dell’amicizia, il rapporto con la politica, le varie e diverse pratiche lavorative in cui fin qui mi sono applicato. E’ così che si può dire (e qualcuno lo dice) che il Gruppo 63 non è mai esistito se non come trovata pubblicitario-editoriale o metodo di lavoro (mi riferisco alle letture collettive) e a esistere è stato quel generale impulso al rinnovamento, l’urgenza (e necessità) di rifare i conti con la storia che peraltro in letteratura si manifestò con i primi anni cinquanta (conviene ricordare che Sanguineti, Giuliani, Pagliarani, Arbasino, Eco pubblicarono le loro opere più adulte ancora prima - in alcuni casi molti anni prima - del costituirsi del Gruppo). E quell’impulso è l’unico e ultimo - lo ripeto - che la seconda metà del secolo ha conosciuto e - rallegriamoci - sembra mostrare ancora qualche sprazzo di energia. Allora nutro una forte diffidenza verso la proposta di Barilli di dividere gli scrittori impegnati nel nuovo in tre ondate (le avanguardie storiche, la neoavanguardia e i più giovani del Gruppo 93) e in particolare (dove i miei dubbi sono assolu-ti) verso l’ipotesi della terza ondata di cui lui va dicendo. In realtà, a partire dagli anni cinquanta e più esplicitamente con gli anni sessanta si produsse un taglio nella storia e ne venne una nuova civiltà di atti e di pensieri cui, con riguardo alla letteratura, parteciparono (e tuttora partecipano) gli scrittori più consapevoli e avvertiti, indipendentemente dall’età e dalle disposizioni individuali e in assoluta autonomia di elaborazione e di risultato, da Sanguineti a Scarpa a Lello Voce, da Arbasino a Tondelli a Ballestra a Piersanti, da Pagliarani a Covacich, da Malerba alla Campo, da Manganelli a Trevi. Così non si è esaurita la creatività degli scrittori (che continuano, con risultati alterni, a far poesia e romanzi), si è esaurita la creatività del tempo che dopo l’impennata degli anni sessanta (si trattò di una vera e propria rivoluzione antropologica) ora attraversa una fase di assoluta stagnazione lasciandoci sperduti e incapaci di figurarci una nuova strumentazione culturale con cui fare andare avanti il mondo. Viviamo ancora dei residui del Novecento mentre il nuovo secolo ritarda a rivelare le sue idee, i suoi obiettivi, il suo stile. Così la Campo, che ha quarant'anni, dichiara di essere stata introdotta alla scrittura dalla lettura di Malerba. L’una e l’altro puntano sulla trama ma la riempiono di vento e di leggerezza tanto da toglierle ogni ricattatoria cupezza. Una trama in forma di paradosso, ulteriore carica intesa a svuotarla. Questo vale soprattutto per Malerba. La Campo preferisce caricarla di vita vissuta che poi sbriciola a colpi di linguaggio. Ed è proprio l’uso particolare della lingua a decidere della felicità del risultato. Come in questo L’uomo che non ho sposato. Che racconta di una ragazza che in circostanze particolari incontra un uomo che poi riconosce come il ragazzo al quale aveva voluto bene al tempo dell’adolescenza. Il romanzo procede tra la rievocazione del tempo di allora e quello che stanno vivendo. Non ci sarà un tempo futuro giacché quel che non c’è o non esiste o è già morto. Il romanzo si affida quasi per intero alla forma dialogo. Ma non c’entra niente con Hemingway (il re dei dialoghi) né con quegli scrittori (che oggi abbondano) che si rifugiano nel linguaggio di conversazione preoccupati dalla possibilità di beneficiare dell’effetto deriva (del non senso fico) che l’improvvisazione dell’oralità per struttura comporta. In Rossana Campo non c’è improvvisazione né ricerca (meccanica) di derive. Lei parla, e parla forte e tondo. Poi svuota il recipiente astutamente azionando un processo (complice il dialogo) di frammentazione del flusso narrativo. Trattasi di uno svuotamento tanto più vistoso in quanto è effettuato su un pieno di contenuti fatto di muscoli e sangue. La Campo è una scrittrice per così dire carnale che non esita a giocare sul piano della scrittura l’intera sua istintualità fisica e corporale. Come lei stessa confessa quando afferma (facendolo dire alla protagonista del romanzo): “Per me il bisogno di scrivere è molto vicino al desiderio fisico”.