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Librincrisi? - Alberto Rollo, Feltrinelli
Librincrisi? - Roberto Marro, Edizioni Testo & Immagine
Librincrisi? - Maria Palazzesi, Libreria "Zora Neale Hurston"
Librincrisi? - Luca Sossella, LSe
Librincrisi? - Marcello Baraghini, Stampa Alternativa
Librincrisi? - Marco Vicentini, Meridiano Zero
Librincrisi? - Vittorio Di Giuro, Edizioni Sylvestre Bonnard
Gruppo 63 - 4 / Umberto Eco 2003
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Gruppo 63 - 2 / Alfredo Giuliani 2003
Gruppo 63 - 1 / Alfredo Giuliani 1985
I SENSI DELLA BATTAGLIA/Paolo Fabbri 5
I SENSI DELLA BATTAGLIA/Paolo Fabbri 4
I SENSI DELLA BATTAGLIA/Paolo Fabbri 3
I SENSI DELLA BATTAGLIA/Paolo Fabbri 2
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I SENSI DELLA BATTAGLIA/Studio Azzurro 2
I SENSI DELLA BATTAGLIA/ Studio Azzurro 1
I SENSI DELLA BATTAGLIA / Dino Buzzati 2
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I SENSI DELLA BATTAGLIA / Karl von Clausewitz 2
I SENSI DELLA BATTAGLIA / Karl von Clausewitz 1
I SENSI DELLA BATTAGLIA / Gilles Deleuze
I SENSI DELLA BATTAGLIA / Leonardo da Vinci
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GIORNALE DI GUERRA Gianfranco Baruchello
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L'ARTICOLO - Tommaso Pincio / Angelo Guglielmi: Gli scrittori d'oggi e gli anni 60
Tommaso Pincio ("Alias / il manifesto", 14 giugno 2003) C'è forse qualcosa di più volatile e mutevole del significato delle parole? Si prenda il termine "classico". Per Calvino un classico è un libro che continua a parlare al di là delle contingenze; per l'Oxford Encyclopedic Dictionary - olimpica fonte di ogni definizione - è un'opera di riconosciuta eccellenza. Entrambi sembrano dare ragione a quel senso comune dell'editoria per cui le collane di classici si somigliano tutte; quel senso comune per cui un classico fuori catalogo è quasi una contraddizione in termini. Niente di meno volatile e mutevole, sembrerebbe di poter dire. Ma la neonata «minimum classics», collana della minimum fax, introduce un'accezione inedita se non malintesa del termine.
Malgrado l'editore dichiari di avere operato le proprie scelte «sulla scorta della definizione di classico che diede Calvino», i primi quattro titoli sono libri che erano in silenzio da tempo - Ritorna,
Dottor Caligari di Donald Barthelme (pp. 203, € 8,50) e L'opera galleggiante di John Barth (pp. 332, €
9,50) o che, quantomeno in Italia, non avevano mai parlato (Magic Kingdom di Stanley Elkin e Revolutionary Road di Richard Yates, annunciati per il prossimo autunno). Nulla da eccepire sulla loro indubbia qualità, ma suona alquanto strano che gli autori di questa quaterna siano tutti americani nati
nel 1930 (Barth ed Elkin) o giù di lì (Yates è del 1926 e Barthelme del 1933), e riconducibili, chi più chi
meno, a quel clima letterario de nominato postmoderno i cui tratti distintivi sono essenzialmente
due: assimilazìone dei materiali pop e metanarrazione, cui vanno aggiunte, è ovvio, dosi
molto abbondanti di ironia.
Possibile mai che quattro classici su quattro corrispondano alle medesime caratteristiche? Cosa
dovremmo pensare, che mini mum sia sinonimo di postmoderno? Una risposta parziale la fornisce lo stesso editore quando spiega che queste prime uscite sono dedicate ai «padri» ideali dei Burned
Children of America per intenderci, i vari Wallace, Eggers, Saunders, Lethem, Moody e tutti gli altri che,
a vario titolo, possono fregiarsi del titolo di post-postmoderni e i cui tratti distintivi sono in tutto e per tutto analoghi a quelli dei loro maestri con la sola variante di un'ironia condita di sentimentalismo e nostalgia.
Potrà anche sembrare una variante di poco conto, ma è l'anima di questa generazione, tanto nei suoi pregi che nei suoi lirniti. Ed è davvero significativo che la veste dei «minimium classics» faccia il verso a un feticismo da collezionisti: una grafica che ricorda volutamente la vecchia Penguin con finti segni del tempo e dell'usura sparsi qua e là; finte pieghe, finte ditate, finti rattoppi col nastro adesivo e finte schede da biblioteca per far spazio al codice ISBN. Una veste così sentimentale e nostalgica che forse «minimum vintage» sarebbe probabilmente risultato nome più appropriato per la collana.
Anche in questo caso, nulla di disdicevole. L'editore non fa che rispecchiare un gusto diffuso, peraltro confermato dall'ultima. creazione di Eggers & Co.: «The Believer», rivista dall'aria studiatamente retrò dove è possibile leggere lunghe recensioni dì libri usciti magari sei o sette anni fa, un'operazione che punta a ridare lustro alla letteratura con una logica da album dei ricordi. Viene spontaneo domandarsi perché questi burned children persistano in un'estetica da kindergarten, come altri hanno voluto etichettarla, e viene altrettanto spontaneo rifiutare l'abusata e ormai insufficiente spiegazione dell'adolescenzialismo cronico da Generazione X.
La strada per una risposta alternativa l'ha indicata Christian Raimo quando, in un articolo comparso qualche tempo fa proprio su queste pagine, notava che «i protagonisti dell'immaginario americano hanno preso a diventare fantasmi». Si tratta però di una strada parziale o meglio di superficie, perché questa tendenza non è una novità, bensì attinge a una caratteristica tipica della cultura anglosassone. Il genere romanzesco nasce, per molti aspetti, con la letteratura gotica e anche volendo mettere da parte i soliti Hawthorne e Poe, è difficile negare che gli Stati Uniti abbiano fatto propria questa origine. Non sono forse fantasmi icone classiche come la bianchezza di Moby Dick, BartIeby o il Giro di Vite di James? Non sembrano per caso fantasmi le figure che popolano il più classicamente americano dei pittori, Hopper? E non hanno un che di spettrale le Marilyn di Andy Warhol? Cosa dire poi, di classici hollywoodiani come Vertigo?
Certo, negli ultimi anni i fantasmi si sono fatti, per così dire, più evidenti. Ma appunto per questo stiamo parlando di un fenomeno di superficie, di un'appropriazione esteriore dell'identità americana che nasconde un problema più profondo.Il vero tratto distintivo dei burned children è che i loro sono spesso fantasmi degli anni settanta. E’ così per Le Vergini Suicide di Eugenides e per gli Amabili Resti di Alice Sebold; così come è del 1970 il romanzo di Paula Fox che ha «rivelato» a Jonathan Franzen la strada per scrivere Le correzioni. Senza contare, infine, che gli anni settanta rappresentano anche la definitiva affermazione della letteratura postmoderna; si pensi al National Book Award assegnato nel 1973 a Thomas Pynchon per L'arcobaleno della gravità.
Ma perché proprio gli anni settanta? Mettendo da parte l'ovvia considerazione che allora i burned children erano davvero children, o alle soglie dell'adolescenza, in quel decennio si aprì un processo i cui effetti sono chiari soltanto adesso. La crisi petrolifera del 1973 determinò infatti un progressivo spostamento dei capitali verso settori meno direttamente condizionati da fonti di energia e forza lavoro. In termini molto riduttivi, si passò dall'industria meccanica a quella mediatica e, da qui, all'informatica e all'economia virtuale. Tutto ciò può sembrare estraneo alla letteratura, ma analizzando il problema si deve constatare che la Rete ha generato un cambiamento radicale del concetto di libertà di parola e l'instaurazione dì nuove e più sofisticate tecniche di controllo. Se prima la metanarrazione poteva funzionare come forma di dissenso, ora la narrazione esprime un dissenso tutt'al più virtuale, un metadissenso.
C'è poi la questione del denaro che ha assunto un valore tanto assoluto, tanto indipendente dall'economia reale, che si è giunti al punto dì ritenere superflue le elezioni politiche perché le scelte dei potenti sarebbero sottoposte al giudizio quotidiano e apparentemente democratico dei mercati. Il denaro, un tempo fantasma dì quanto prodotto dalle macchine, si è trasformato in un'entità autonoma. Il motto che compare sulle banconote americane, «In God we trust», si è colorato di nuovi significati. Il fatto che il dollaro è la più falsificata nonché la più facilmente falsificabile delle monete ha reso quasi spettrali questi nuovi significati. Cosi come qualcosa di spettrale lo ha il dato che per ogni dollaro effettivamente speso ce ne sono decine che esistono nella dickiana semi-vita delle riserve delle banche di mezzo mondo. Dire che il denaro governa più degli stati non è un concetto astratto: i Bush sono una famiglia di miliardari e il primo ministro italiano è l'uomo più ricco d'Europa. 1 tempi in cui Ross Perot era poco più che folklore contemporaneo sono improvvisamente diventati preistoria.
«Ci serve una nuova teoria del tempo» si legge in Cosmopolis, a sottolineare che l'opposizione noglobal è in fondo un effimero tentativo di impedire che il presente venga sommerso dal futuro. Forse una delle ragioni per cui l’ultimo romanzo di DeLillo è stato stroncato con tanta veemenza lo si deve cercare nella difficoltà di accettare la nostra patetica impotenza, nel non voler vedere che la voce della cosiddetta middle class - che ci piaccia o no, autentica culla della letteratura - non ha più il valore di un tempo e vede rosicchiati i suoi spazi dalla ricchezza che conta, da un lato, e da fasce di indigenza in esponenziale crescita, dall'altro. Perché, dunque, non provare a considerare che nostalgia e sentimentalismo non sono semplici regressioni adolescenziali, ma l'istintiva chiusura a riccio, la strenua difesa di un ceto culturale minacciato di estinzione?
Più che scrittori di storie di fantasmi, i burned children americani e, temo, i cugini d'Europa (sottoscritto incluso) sembrano quindi una sorta di ghostwriter, i portavoce di un'identità espropriata. La sensazione è questa, ed è sintomatico che un interessante romanzo uscito in queste settimane - Gentlemen of Space di Ira Sher, ambientato guarda caso negli anni settanta e con un ragazzino quale voce narrante - abbia per epìgrafe un discorso scritto da un ghostwriter per Richard Nixon, discorso che avrebbe dovuto essere letto alla nazione dal Presidente nell'eventualità che la missione Apollo 11 fosse fallita e gli astronauti fossero morti sulla Luna.
Mi rendo conto di avere posto, su basi teoriche ardite, una questione enorme. Voglio dunque risolverla con una semplificazione imperdonabile, una barzelletta americana di questi tempi.
Il generale Ashcroft è in visita in una scuola elementare e dopo la presentazione di rito alla classe, annuncia: «Bene ragazzi, adesso potete chiedermi ciò che volete». Un bambino dì nome Bobby alza mano e dice: «Io ho tre domande, signor generale: Come ha fatto Bush a vincere le elezioni se ha preso meno voti di Gore? Perché avete chiamato Patriot Act un provvedimento che limita le libertà civili degli americani? Perché non avete ancora preso Osama Bin Laden?». Proprio in quel momento suona la campana della ricreazione e i bambini corrono in cortile a gíocare. Un quarto d'ora dopo, i bambini rientrano in classe e il generale Ashcroft dice: «Purtroppo siamo stati interrotti dalla campana. Ora finalmente potete chiedermi quello che volete». Una bambina di nome Sally alza la mano e dice: «Io ho cinque domande, signor generale: Come ha fatto Bush a vincere le elezioni se ha preso meno voti di Gore? Perché avete chiamato Patriot Act un provvedimento che limita le libertà civili degli americani? Perché non avete ancora preso Osama Bin Laden? Perché la campana è suonata 20 minuti prima? Dov'è Bobby?».
Ebbene, anziché inseguire fantasmi, anziché cullarci nella campana di vetro dei «nostri» classici, anziché illuderci, come la protagonista di Revolutionary Road, di appartenere a un mondo meraviglioso pieno di gente «bella e arguta e calma e gentile» o, come cantava Cobain, «di essere di un altro pianeta», forse faremmo meglio a tornare nello squallido futuro che ci aspetta per dare una mano a Sally, per capire che fine ha fatto Bobby.
Angelo Guglielmi (TTL / "La Stampa", 14 giugno 2003) Il lancio pubblicitario della casa
editrice recita che «Rossana
Campo torna alla freschezza
dei primi romanzi aggiungendo
la malinconica leggerezza di
una nuova inedita maturità». A
parte l’ingenuità convenzionale di
queste parole, che pur rispettano le
regole del messaggio promozionale,
non vi è dubbio che L’uomo che
non ho sposato è un romanzo
interessante e, come vedremo, segna
un di più sulla nota bravura
della Campo.
Dunque non è vero che viviamo
in un periodo di assoluta povertà
creativa come io vado da tempo
affermando e mi rimprovera Renato
Barilli (e che il secolo che abbiamo
alle spalle si è chiuso con gli
Anni Sessanta)? Il diverbio tra me e
Barilli in realtà riguarda la diversa
interpretazione che diamo del
Gruppo 63. Per Barilli il Gruppo 63
è stata una tendenza letteraria
(una poetica avanzata in conflitto
con le pratiche realistiche di scrittura
e le prospettive dell’idealismo
filosofico) che riuniva un gruppo di
narratori, poeti e critici impegnati
nel rinnovare il linguaggio liberandolo,
attraverso un processo di
destrutturazione, della banalità di
senso in cui affondava. Le parole
non parlavano più occorreva inventarne
di nuove. Che il Gruppo 63 sia
stato anche questo non vi è dubbio
ma è altrettanto vero che, prima di
essere stato un movimento letterario
di avanguardia, è stato e ha
rappresentato uno dei tanti segni
di una svolta epocale (l’ultima che
il secolo appena morto può vantare)
che ha informato e rivoluzionato
gli ultimi quarant'anni del Novecento.
Quella svolta (di cui il Gruppo 63
era appena un simbolo e una semplice applicazione di settore) significava
(e significa) l’inizio di un
nuovo corso della storia che, con la
bomba atomica e lo sviluppo dell’elettronica,
dichiarava desuete le
protezioni dell’interiorità in cui
l’individuo (fino allora) si era rifugiato
e propiziava una esplosione
contestativa verso forme nuove di
affermazione della persona e per
nuove modalità di comportamento.
Mi riferisco non soltanto al
fenomeno della contestazione ma
anche - e ne fu il necessario seguito
- all’affermarsi del nuovo ordine
del mondo che cominciò a profilarsi
dagli anni sessanta e che si
sviluppò con la sconfitta progressiva
e poi definitiva del socialismo
reale e la vittoria del liberismo
capitalistico e della sua incontrastata
(minacciosa) corsa. Voglio dire
che io ho vissuto il Gruppo 63
prima ancora che come un nuovo
laboratorio di scrittura come il
luogo di una esperienza per così
dire totale (e totalizzante) che ha
determinato i miei comportamenti
sociali coinvolgendo i rapporti umani,
i modi dell’amicizia, il rapporto
con la politica, le varie e diverse
pratiche lavorative in cui fin qui mi
sono applicato. E’ così che si può
dire (e qualcuno lo dice) che il
Gruppo 63 non è mai esistito se non
come trovata pubblicitario-editoriale
o metodo di lavoro (mi riferisco
alle letture collettive) e a esistere
è stato quel generale impulso al
rinnovamento, l’urgenza (e necessità)
di rifare i conti con la storia che
peraltro in letteratura si manifestò
con i primi anni cinquanta (conviene
ricordare che Sanguineti, Giuliani,
Pagliarani, Arbasino, Eco pubblicarono
le loro opere più adulte
ancora prima - in alcuni casi molti
anni prima - del costituirsi del
Gruppo). E quell’impulso è l’unico
e ultimo - lo ripeto - che la seconda
metà del secolo ha conosciuto e - rallegriamoci
- sembra mostrare
ancora qualche sprazzo di energia.
Allora nutro una forte diffidenza
verso la proposta di Barilli di dividere
gli scrittori impegnati nel nuovo
in tre ondate (le avanguardie storiche,
la neoavanguardia e i più
giovani del Gruppo 93) e in particolare
(dove i miei dubbi sono assolu-ti)
verso l’ipotesi della terza ondata
di cui lui va dicendo.
In realtà, a partire dagli anni
cinquanta e più esplicitamente con
gli anni sessanta si produsse un
taglio nella storia e ne venne una
nuova civiltà di atti e di pensieri
cui, con riguardo alla letteratura,
parteciparono (e tuttora partecipano)
gli scrittori più consapevoli e
avvertiti, indipendentemente dall’età
e dalle disposizioni individuali
e in assoluta autonomia di elaborazione e di risultato, da Sanguineti
a Scarpa a Lello Voce, da Arbasino
a Tondelli a Ballestra a Piersanti,
da Pagliarani a Covacich, da
Malerba alla Campo, da Manganelli
a Trevi. Così non si è esaurita la
creatività degli scrittori (che continuano,
con risultati alterni, a far
poesia e romanzi), si è esaurita la
creatività del tempo che dopo l’impennata
degli anni sessanta (si
trattò di una vera e propria rivoluzione
antropologica) ora attraversa
una fase di assoluta stagnazione
lasciandoci sperduti e incapaci di
figurarci una nuova strumentazione
culturale con cui fare andare
avanti il mondo. Viviamo ancora
dei residui del Novecento mentre il
nuovo secolo ritarda a rivelare le
sue idee, i suoi obiettivi, il suo stile.
Così la Campo, che ha quarant'anni, dichiara di essere stata introdotta
alla scrittura dalla lettura di
Malerba. L’una e l’altro puntano
sulla trama ma la riempiono di
vento e di leggerezza tanto da
toglierle ogni ricattatoria cupezza.
Una trama in forma di paradosso,
ulteriore carica intesa a svuotarla.
Questo vale soprattutto per Malerba.
La Campo preferisce caricarla
di vita vissuta che poi sbriciola a
colpi di linguaggio. Ed è proprio
l’uso particolare della lingua a decidere
della felicità del risultato.
Come in questo L’uomo che non ho
sposato. Che racconta di una ragazza
che in circostanze particolari
incontra un uomo che poi riconosce
come il ragazzo al quale aveva
voluto bene al tempo dell’adolescenza.
Il romanzo procede tra la
rievocazione del tempo di allora e
quello che stanno vivendo. Non ci
sarà un tempo futuro giacché quel
che non c’è o non esiste o è già
morto.
Il romanzo si affida quasi per
intero alla forma dialogo. Ma non
c’entra niente con Hemingway (il
re dei dialoghi) né con quegli scrittori
(che oggi abbondano) che si
rifugiano nel linguaggio di conversazione
preoccupati dalla possibilità
di beneficiare dell’effetto deriva
(del non senso fico) che l’improvvisazione
dell’oralità per struttura
comporta. In Rossana Campo non
c’è improvvisazione né ricerca
(meccanica) di derive. Lei parla, e
parla forte e tondo. Poi svuota il
recipiente astutamente azionando
un processo (complice il dialogo) di
frammentazione del flusso narrativo.
Trattasi di uno svuotamento
tanto più vistoso in quanto è effettuato
su un pieno di contenuti fatto
di muscoli e sangue. La Campo è
una scrittrice per così dire carnale
che non esita a giocare sul piano
della scrittura l’intera sua istintualità
fisica e corporale. Come lei
stessa confessa quando afferma
(facendolo dire alla protagonista
del romanzo): “Per me il bisogno di
scrivere è molto vicino al desiderio
fisico”.
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